UN MARTINI A COLAZIONE - Indovina chi viene a cena? - Parte IV
- Lara
- 15 feb 2018
- Tempo di lettura: 2 min

IV
SOFIA
Perfetto. Ci risiamo. Resetta tutto che si ricomincia.
Un’orribile sensazione di déjà vu mi perseguita da questa mattina, appena aperti gli occhi, quando ho realizzato che oggi era ‘quel giorno’.
‘Il grande giorno’, come lo definiva mia madre.
Forza, un respiro profondo, conta fino a dieci e suona questo maledetto campanello.
Sento le mani che tremano e non riesco a controllarle.
In questo preciso istante ho solo voglia di tornare indietro, fiondarmi nell’ascensore e scappare il più lontano possibile da qui.
Andrea, il mio adorabile fratello, è già dentro insieme alla mamma. Mi aveva chiesto se volevo che mi aspettasse uscire dal lavoro per presentarci qui insieme, ma mentre con tutte le mie forze desideravo rispondergli "Si, ti prego!!” ,gli ho semplicemente risposto con un “No, grazie”, quasi infastidita dal fatto che pensasse che avessi avuto bisogno di lui in questo momento. Ammettiamolo, aveva ragione. Ma perché dargliene atto?
In fondo è solo un campanello. Un solo e semplice campanello davanti ad una semplice porta.
Che in realtà molto semplice il tutto non è.
Sapevo che la zona era rinomata. Ma quando, secondo le indicazioni di mia madre, sono scesa dal tram in zona Brera e mi sono trovata davanti a forse uno dei palazzi più prestigiosi di Milano mi veniva quasi da svenire. Ho fatto gli scalini d’ingresso con le gambe talmente molli che il portiere deve essersene reso subito conto e me lo sono visto arrivare in tutta fretta per darmi il benvenuto.
O qui funziona così? Non ne ho la minima idea.
<<Signorina Castelli? Prego la stanno aspettando. L’accompagno all’ascensore.>>
Si, conosceva il mio cognome. Ho idea che qui funziona proprio così.
Se il portiere ora mi vede ritornare subito giù con l’ascensore cosa gli dico? Forse mi aiuterà avvertendo lui gli altri su di sopra, magari dicendo che ho avuto una chiamata urgente e che sono dovuta scappare.
<<La signorina e' fortemente rammaricata...>> mi immagino già la sua voce, lui dietro al suo bancone di mogano lucido con la cornetta del telefono interno del palazzo appoggiata al viso.
E magari quando avrà abbassato la cornetta e alzato lo sguardo verso di me notando il velo di lacrime nei miei occhi, si sentirà commosso e mi chiederà cosa è realmente successo. E così diventiamo amici. Ci sediamo sul primo gradino della scalinata, con due birre in mano e io tra le lacrime gli racconto che non ne posso più: per l’ennesima volta mia madre mi porta a conoscere l’uomo della sua vita. Che però non è mio padre.
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